Radiazioni, esposizione sempre in aumento

 

Periodicamente torna sui media la discussione sulla pericolosità delle radiazioni legate alle sostanze radioattive. Recentemente è stato trattato ancora una volta il tema del cosiddetto “uranio impoverito o depleto” che avrebbe determinato eventi patologici gravi, tanto che è stato coniato un neologismo denominato “Sindrome di Quirra”.

 

In via preliminare è opportuno sapere che nel campo delle radiazioni i parametri per misurare il fenomeno e le sue ripercussioni sanitarie, o meglio i suoi effetti biologici, sono: la dose assorbita, la dose equivalente e la dose efficace. Un elemento radioattivo può emettere diverse tipologie di radiazioni classificate come alfa (radiazione corpuscolare ovvero nuclei di elio), beta (elettroni o positroni) e gamma (onde elettromagnetiche come la luce o i raggi X od ancora le onde dei telefonini, ma molto energetiche).

 

La radiazione, in estrema sintesi, trasporta energia che è ceduta ai tessuti dell’organismo. Le tre tipologie di radiazioni contengono una quantità di energia diversa. La dose assorbita è l’energia depositata in un chilo di tessuto e si misura in Gray. Questo parametro non tiene conto né del modo in cui è ceduta l’energia, che dipende dal tipo di radiazione, né della diversa sensibilità dei tessuti che la ricevono. La stessa quantità di energia ceduta dalla radiazione è ripartita nei tessuti a seconda del tipo di radiazione. La dose equivalente tiene conto del “peso” diverso del tipo di radiazione e la sua unità di misura è il Sievert (Sv). Infine la dose efficace, che tiene conto della diversa sensibilità di ciascun organo del corpo umano, è misurata ancora in Sievert.

 

L’insorgenza di malattie gravi è associata alla dose efficace, l’entità del danno arrecato dalle radiazioni ai tessuti dipende dall’energia assorbita, dalla durata dell’esposizione e dalla sensibilità del tessuto colpito. L’assorbimento delle radiazioni può avvenire per via diretta od indiretta (inalazione, ingestione e deposito di sostanza radioattive). Le alti dose di radiazioni producono degli effetti acuti. Basse dosi assorbite (inferiori ad un quinto di Gray) producono danni che hanno periodi di latenza di anni.

 

I danni possono essere genetici o stocastici (cioè basati su criteri probabilistici). Questi ultimi indicano che non esiste certezza sul loro manifestarsi ma che esiste, per una data dose, una probabilità, detta fattore di rischio, che uno di essi si verifichi. Mancano dati importanti sui danni genetici da radiazioni sull’uomo per cui le valutazioni di rischio si basano su dati sperimentali, prevalentemente forniti da prove condotte in laboratorio sui topi.

 

Per correttezza informativa va detto che l’uomo è “naturalmente” esposto alle radiazioni. Il nostro ambiente di vita è attraversato in continuazione da radiazioni provenienti dalle stelle (i raggi cosmici), dall’azione dei raggi cosmici sull’atmosfera, dalla presenza nella crosta terrestre di nuclei radioattivi (uranio, torio e radon) ed infine esiste un’attività radioattiva intrinseca del corpo umano.

 

In ogni essere umano sono presenti elementi radioattivi come carbonio (C 14), potassio (K 40), torio (Te 232) ed uranio (U 238). Un uomo del peso di circa 70 kg ha una dose di circa 15 millesimi di Sievert. La catena degli eventi che porta alla lesione da raggi è la seguente: deposito di energia nelle strutture colpite lungo il percorso – danno chimico – danno biomolecolare – effetti biologici precoci – effetti biologici tardivi.

 

Restano ancora da conoscere in modo esauriente gli effetti delle radiazioni sullo sviluppo della vita sulla Terra. Alcuni hanno ipotizzato addirittura effetti benefici di piccole dosi di radiazioni sulla salute degli uomini. L’opinione prevalente è che anche a basse intensità di radiazioni sia associata comunque una probabilità di danno alla salute.

 

Con le radiazioni, il midollo osseo, l’epitelio intestinale, le ovaie ed i testicoli riportano il maggior danno dopo l’irradiazione del corpo. I limiti massimi ammissibili di esposizione alle radiazioni sono fissati dalla Commissione Internazionale per le Protezioni Radiologiche (ICPR).

 

Nel 1977 il Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche (UNSCEAR) ha fornito le stime delle intensità delle dosi di radiazioni emesse da sorgenti naturali espresse in milionesimi di Gray (radiazioni cosmiche, terrestri, irradiazione interna che si realizza tramite ingestione ed inalazione di elementi radioattivi come il potassio 40, il rubidio 87 ed il piombo 210).

 

Un sostanziale contributo alla fonte di radiazione interna è rappresentato dalla inalazione del gas radioattivo Radon. L’UNSCEAR stima che la metà della dose media ricevuta da ogni essere umano da fonti naturali provenga dal radon. Questo gas (unica sostanza radioattiva allo stato gassoso) filtra dal sottosuolo (si pensi anche alle trivellazioni per l'estrazione del petrolio) e dai materiali da costruzione nei quali è contenuto. In Italia il valore medio di concentrazione di radon per metro cubo è di 77 Bq (il Bequerel indica l’attività radioattiva ed è pari ad una disintegrazione la secondo) mentre la media mondiale è pari a 40 Bq per metro cubo.

 

Le regioni italiane che presentano una maggiore attività di radon sono Lazio e Lombardia, mentre i valori più bassi si registrano in Calabria e Liguria. La Puglia presenta valori variabili, in un metro cubo di aria, tra 40 e 60 Bq.

 

Importanti sono anche i contributi come irradiazione interna terrestre provenienti dal trizio, dal carbonio (14) e dal berillio (7) che si formano nell’aria in seguito all’azione dei neutroni cosmici. La dose annuale totale assorbita da gonadi, polmoni, midollo osseo e cellule di rivestimento delle ossa è pari a circa 1000 milionesimi di Gray.

 

Il contributo più rilevante è imputabile alla radiazione terrestre, segue la radiazione cosmica ed infine la radiazione interna. L’irradiazione artificiale è prodotta da pratiche mediche, esposizioni professionali, ordigni nucleari e centrali elettronucleari.

 

Sulle scorie e sulle armi

L’incubo di una irrimediabile catastrofe nucleare è una costante della nostra epoca, benché negli anni passati le lotte contro il nucleare abbiano quanto meno ottenuto l’effetto di porre qualche freno alla sua materializzazione.

Da qualche tempo però, a dispetto della mobilitazione che a Scanzano Jonico ha mostrato quanto nocivo sia anche “solo” lo smaltimento delle scorie radioattive prodotte vent’anni fa, diversi segnali mostrano come i nuclearisti siano tornati alla carica. La paventata crisi energetica, con l’aumento della richiesta di energia ad uso industriale, anziché suggerire domande sul senso di questo obbligo alla crescita infinita, è da anni l’argomento principale per sostenere la necessità di nuove centrali nucleari laddove già esistono e per riprendere i programmi di sviluppo nucleare laddove le popolazioni ne avevano chiesto il bando. Parallelamente, la possibilità che alcuni Stati non allineati con le potenze occidentali, come l’Iran e la Corea del Nord, sviluppino programmi nucleari, viene agitata come spauracchio per giustificare l’esistenza e l’incremento degli enormi arsenali a disposizione degli Stati più potenti.

Inoltre, ricerche più recenti mirano alla messa a punto di armi nucleari di potenza ridotta che aggirano completamente gli accordi internazionali nati per limitarne la proliferazione. Oggi, fra le sostanze utilizzate, oltre all’uranio arricchito e al plutonio è diventato fondamentale il trizio che, essendo un gas radioattivo molto volatile e pervasivo, va prodotto con continuità ed è meno controllabile poiché ne bastano pochi grammi. Già si stanno sperimentando bombe nucleari a bassissima potenza, nascoste dalle radiazioni che il massiccio uso di proiettili ad uranio impoverito sta diffondendo ovunque intervengano gli eserciti occidentali. Il ricorso indiscriminato ai proiettili ad uranio impoverito, infatti, più che essere motivato da ragioni militari (li usa anche l’esercito israeliano contro i palestinesi, notoriamente dotati di formidabili tank e di bunker!), sembra essere un escamotage per mascherare gli esperimenti sul campo e per saggiare le reazioni internazionali.

Tutto ciò serve in definitiva a forzare con i fatti ogni, se pur vacillante, resistenza alla contaminazione generale di quanto resta del nostro ambiente di vita e a mettere tutti davanti al fatto compiuto: dobbiamo rassegnarci a vivere sotto la minaccia di un annientamento completo continuando a godere delle delizie della radioattività?

 

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